lunedì 13 maggio 2013

Gira per la città Dante Di Nanni




"Gira per la città Dante Di Nanni" il riferimento è a una frase della canzone degli Storm Six che ho linkato alla fine di questa pagina.



69 anni fa moriva Dante Di Nanni, è doveroso ricordarlo perché negli anni la sua determinazione e la sua coscienza civile usate contro l’oppressione nazifascista, sono state e penso siano ancora un esempio da seguire per intere generazioni di giovani.



Dante Di Nanni (Torino 27 marzo 1925 - Torino 18 maggio 1944)
Partigiano, Medaglia d'oro al valor militare









Nato a Torino il 27 marzo 1925, i suoi genitori erano di origine pugliese. Inizia a lavorare in fabbrica da ragazzo e di sera studia. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, Dante si arruola nell’aeronautica. Dopo l’otto settembre del 1943, scappa in montagna ed entra a far parte del gruppo partigiano di Ignazio Vian a che fu il primo comandante partigiano a iniziare la guerriglia nelle montagne piemontesi. Il 19 settembre dopo un durissimo scontro a Boves con le SS comandate dal maggiore nazista Joachim Peiper (responsabile tra l’altro della strage ai danni della popolazione inerme proprio a Boves), la formazione partigiana si disperse e Dante Di Nanni rientrò a Torino e si arruolò nei GAP di Giovanni Pesce.
Il 17 maggio del 1944 un gruppo di Gappisti (Dante Di Nanni, Giuseppe Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino) conducono un’azione contro una stazione radiofonica gestita da militari nazi-fascisti che disturbava le comunicazioni di Radio Londra. I militari vengono disarmati e vengono graziati in cambio della promessa di non dare l’allarme. La stazione viene distrutta ma i soldati tradiscono l’accordo, danno l’allarme e richiamano le truppe nazifasciste che sorprendono i quattro partigiani. Nello scontro a fuoco che ne seguì Giuseppe Bravin e Francesco Valentino vengono feriti, catturati e imprigionati nelle carceri Le Nuove. Per settimane verranno poi torturati e infine il 22 Luglio 1944 impiccati. G. Bravin aveva 22 anni, F. Valentino ne aveva 19.
Nello scontro a fuoco, anche se riescono a scappare, vengono colpiti anche Giovanni Pesce e Dante Di Nanni. Giovanni Pesce riesce a portar via Dante gravemente ferito da 7 proiettili al ventre, alla testa e alle gambe. Si rifugiano prima in una cascina e dopo nella base gappista di Via S. Bernardino 14 a Torino. Un medico antifascista li visita e consiglia l’immediato ricovero in ospedale di Di Nanni. A quel punto Giovanni Pesce si allontana dall’abitazione per organizzare il trasporto del compagno ferito. Al rientro trova la casa circondata da fascisti e tedeschi che erano stati allertati da una spia.
Dante Di Nanni sia pure ferito gravemente è sveglio e si accorge della presenza delle truppe che hanno circondato la casa. Non si fa catturare, anzi si barrica nell’appartamento e inizia un durissimo scontro a fuoco. I nazifascisti hanno portato come supporto alle truppe anche un’autoblindo corazzata e un carro armato. Dante di Nanni dal balcone lancia le bombe a mano e le cariche di tritolo presenti nell’appartamento sui veicoli corazzati e li mette fuori uso, nel conflitto a fuoco elimina numerosi nemici e dopo tre lunghe ore di assedio e di scontri, finite le munizioni, Dante Di Nanni si trascina sulla ringhiera del balcone, solleva il pugno chiuso e  si butta nel vuoto.


Dante Di Nanni (Disegno murale - via Guastalla angolo via Cesare Balbo, Torino)



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In un capitolo del libro di Giovanni Pesce "Senza tregua. La guerra dei GAP" le ultime ore della sua vita




Ora, nella casa di via San Bernardino, Di Nanni è solo.
Ancora disteso sul letto, le braccia piegate, le mani strette sotto il cuscino. Ivaldi è uscito da poco. Hanno continuato a parlare, quando è tornato dalla cucina dove si è medicato.


Sembra di avere una quantità di cose da dire, da spiegare, quando si sa di dover morire. Una guerra come la nostra non lascia molto tempo per le conversazioni. Si prepara l'azione, la si esegue: quando ci si incontra ogni minuto viene impiegato per le questioni pratiche, urgenti. Per la prima volta ci troviamo di fronte e possiamo parlare. Di noi, del perché combattiamo, del domani. Forse parlare del futuro cancella l'angoscia della fine vicina. O forse ci sono cose che dovevano essere dette da tempo e che ci diciamo ora. È appena un ragazzo, ma ha già tante cose dentro, tante idee e una certezza così ferma nel nostro futuro. Penso a me stesso, quando sono partito per la Spagna. I giovani di oggi maturano più rapidamente. Lo abbraccio piano prima di lasciarlo per andare a sollecitare l'autolettiga.

"So cosa fare se vengono," ha detto Di Nanni e ha voluto accanto al letto i due mitra, lo "sten" e il sacco degli esplosivi con le micce a strappo già pronte e infilate nei detonatori. Ora giace immobile e aspetta. Chi giungerà prima: la lettiga o gli altri?
Una serie di colpi violenti scuotono la porta. Gli altri sono giunti per primi.
Si gira lentamente, s'appoggia con le mani al pavimento e scivola dal letto, battendo le ginocchia sulle piastrelle fredde. Si solleva sul gomito piegando la gamba sinistra sotto il corpo: prende un mitra e innesta un caricatore di quaranta colpi.
Prima di uscire Ivaldi lo ha aiutato a infilarsi i pantaloni perché sia già pronto quando giungerà l'autolettiga; fa scivolare due "sipe" nella tasca destra, un'altra la tiene nella mano sinistra. Trascinandosi avanza verso la porta. Nella destra stringe il mitra.
"Vengo," grida.
"Aprite!" urlano dal pianerottolo.
Di Nanni si schiaccia al muro, lascia il mitra, passa la "sipe" nella mano destra e toglie la coppiglia, tenendo salda la piccola leva piatta. Da fuori cercano ora di abbattere la porta a calci, ma è una porta di buon legno robusto, e resiste bene.
"Apro," grida ancora Di Nanni.
Si appoggia sulla sinistra tenendosi dietro lo stipite; lascia scattare la leva della bomba e conta: al "cinque" preme il pollice facendo scorrere la sbarra della serratura. La porta, spinta dall'esterno si apre di schianto. Di Nanni lascia scivolare sul pianerottolo la bomba e si abbandona sulla schiena, al riparo della parete. Un secondo e all'esplosione nella tromba delle scale rispondono le urla dei colpiti. Un fascista, trascinato dallo slancio, piomba nell'anticamera e Di Nanni, restando sdraiato, ne blocca la corsa con una raffica breve, da tre metri. Il fascista sembra un attimo paralizzato, lascia cadere il mitra e barcollando arriva nella camera, finendo bocconi sul balcone.
Strisciando sui gomiti Di Nanni si spinge sul pianerottolo, ingombro dei corpi di due fascisti. Appoggiando la fronte alla ringhiera, può vederne altri che scendono incespicando sui gradini. Infila la canna del mitra tra le sbarre e spara: li sente gridare e li vede cadere come dei sacchi vuoti.
Si trascina nuovamente in casa e chiude la porta; questa non sembra danneggiata perché il battente era aperto al momento dell'esplosione.
All'ingresso della stanza, sul pavimento, c'è il mitra del brigatista abbattuto. Di Nanni lo spinge, la canna in avanti, fino accanto al letto. Non cerca il corpo. Si trascina ancora attraverso la camera e, dalla cucina, spinge il tavolo contro la porta d'ingresso: poi sistema una doppia catena di sedie fra il tavolo e la parete; per colmare un ultimo spazio vuoto uno sgabello. Cosí la porta è completamente bloccata, quanto basta a fermare un po' gli invasori anche se facessero saltare la serratura.
Più di così non può fare. Strisciando sotto il tavolo, torna in camera e si arrampica sul letto. Si sdraia sul ventre, di traverso ai materassi, in modo da avere il balcone in faccia.
Può vedere un pezzo di inferriata, due finestre della casa di fronte, un poco di tetto.
Il corpo del fascista è dietro la breve parete, sulla sinistra, nel vano della finestra, dove la ringhiera del balcone si aggancia al muro esterno. Lo indovina seduto o semisdraiato, con le ginocchia piegate: vede le scarpe uscire dall'angolo del muro.
Nella casa sembra ora essersi fatto un gran silenzio. Forse non succederà altro, forse Ivaldi tornerà con l'autolettiga e andranno all'ospedale. Dalla strada non salgono rumori sospetti, niente che faccia temere un nuovo assalto.
Non può accadere dunque nulla in quel silenzio. Però Ivaldi deve far presto perché non può resistere a lungo. Tocca le fasciature della schiena e le sente viscide. Guarda la mano e la vede sporca di sangue. Deve restare calmo, sopportare il dolore e non perdere altre forze.
Le scarpe, all'angolo del balcone, hanno un sussulto, scivolano in avanti. Di Nanni capisce che il fascista sta morendo.
Gli tornano alla mente racconti dell'altra guerra: italiani e austriaci feriti, isolati nella terra di nessuno, che riuscivano a capirsi a gesti per scambiarsi una sigaretta o un sorso di grappa, per maledire in lingue diverse ma con parole uguali la guerra e chi li aveva mandati a morire senza neppure sapere perché.
Fissa quelle scarpe scivolate in avanti in una chiazza di sangue. La guerra combattuta da suo padre è stata una guerra diversa. Allora, i soldati si sono trovati una divisa addosso, un fucile in mano e l'ordine di sparare senza altre spiegazioni.
In questa guerra ognuno ha fatto la sua scelta. Né a lui né all'altro hanno messo in mano un fucile senza spiegare perché. Ha scelto in piena coscienza la parte dove stare; e così è stato per il fascista sul balcone. Ognuno paga i debiti che ha contratto.
Dalla strada giunge improvviso il rumore di un motore, poi alcune grida. Di Nanni capisce che è giunto il momento. L'autolettiga non arriverà più e lui non andrà all'ospedale, né da nessun'altra parte.
Il motore si arresta davanti alla casa, proprio sotto il balcone, e tra i passi di molti uomini Di Nanni ode lanciare ordini incomprensibili. Grida anche una donna, di paura. Di Nanni la sente correre sull'asfalto invocando aiuto.
Il secondo assalto forse sarà diverso. Ora la tattica migliore è di aspettare, perché questo li sconcerterà. Si attendono raffiche e bombe e stanno al riparo. Sparare non può servire. Adesso tocca a loro la prima mossa.
Nella strada c'è un lungo silenzio, poi, con un forte accento tedesco, qualcuno grida: "scendere, arrendersi!" Passa altro tempo. Un secondo motore imbocca la via per fermarsi al portone. Una scala d'autopompa si avvicina alla ringhiera del balcone. Oscilla un poco, come in cerca di un punto d'appoggio e si ferma ben salda. Subito dopo riprende ad oscillare: qualcuno sta salendo.
La stessa voce tedesca grida ancora: "prendere, prendere! un pazzo!" Di Nanni, bocconi sul letto, punta il mitra.
Dal bordo del balcone spunta l'elmetto di un pompiere, poi il viso di un uomo già anziano. Pare esitare; getta uno sguardo perplesso al corpo del fascista e scruta nella stanza. Non vede Di Nanni e riprende a salire adagio, guardingo. Si china per dire qualcosa a uno che lo segue nella scala e che Di Nanni non vede ancora; poi scavalca la ringhiera dando un'altra occhiata al fascista senza avvicinarsi e vede il mitra puntato. L'altro che lo segue resta cavalcioni sulla ringhiera.
"Andate via," dice Di Nanni, a voce bassa, calma, "non sono un pazzo. Sono un partigiano."
I vigili del fuoco sembrano perplessi; il ragazzo col mitra sdraiato sul letto, sa quel che vuole. Il fascista morto insegna la lezione. Entrare e morire è una cosa sola. Il pazzo è chi rischia.
"Non è matto," grida alla strada il secondo pompiere, ancora cavalcioni alla ringhiera, "non è matto!" Dalla via giungono altre frasi rabbiose, urlate. "Andate a prenderlo!"
"Andate via," ripete Di Nanni, "non ce l'ho con voi."
Il vigile del fuoco fa due passi indietro ed è di nuovo sul balcone.
"E questo?" chiede indicando il morto.
"Quello portatelo via," risponde Di Nanni.
Se lo passano sopra la ringhiera. L'anziano fa ancora un cenno a Di Nanni — come per dire qualcosa — mentre scende.
Ora tocca a lui muoversi: si cala dal letto e striscia fino al balcone; così appiattito a terra non possono vederlo dal basso. Ancora non hanno pensato a mandare qualcuno sul tetto della casa di fronte e sul campanile vicino. Di Nanni guarda sulla destra e vede la stretta via bloccata; un gruppo di tedeschi sbarra l'accesso a una piccola folla. A sinistra, la via è bloccata da fascisti. Anche là c'è gente, donne per lo più. Sotto, dove Di Nanni non può vedere, ci sono mescolati militari tedeschi e fascisti.
Osserva attentamente finestre e facciate del convento dirimpetto. Tutto chiuso, sbarrato. Toglie la sicura a una "sipe" appoggiandola a terra. Poi toglie la sicura a una seconda bomba. Le spinge una dopo l'altra fra le sbarre della ringhiera. Ode le esplosioni e le urla. Guarda a sinistra. Le donne fuggono lasciando isolati i fascisti addosso al muro. Spara una raffica breve e una lunga. Tre fascisti cadono. Spara ancora contro gli altri che si sbandano in cerca di riparo e ne abbatte uno proprio all'angolo della via.
Poi rincula strisciando e rimane sdraiato sulla so-glia della portafinestra. Da là può sorvegliare il tetto di fronte e il campanile. Passano pochi minuti, e lentamente, un elmetto spunta sopra l'angolo del tetto, poi appare il viso del tedesco. Mentre leva adagio il mitra vede un altro tedesco apparire nel vano della loggia campanaria. Cerca di inquadrare il nemico sul tetto, ma il mitra, contro la spalla sinistra, non sta fermo; appoggia allora il gomito destro al muro e mira di nuovo. Spara pochi colpi. Il viso del tedesco sparisce, scomposto. Di Nanni punta subito al campanile. Il secondo tedesco si mostra per una frazione di secondo, poi si abbassa, torna a mostrarsi e si abbassa di nuovo. Sembra un giocattolo meccanico. Di Nanni lo vede abbassarsi, attende pochi istanti e spara dentro l'apertura vuota: in quel momento il tedesco si alza e ricade urlando, mentre le campane colpite dalla raffica sembrano suonare a festa. Si trascina lontano dal muro. Ora tocca nuovamente a loro. E deve lasciarli fare, affinché credano di averlo in mano e tornino a mostrarsi.
Si cala dietro l'angolo di sinistra della finestra e aspetta. Prima vengono dei colpi isolati: poi le raffiche di mitra. Sparano a lungo. Le schegge della finestra si staccano con un rumore secco. I colpi sparati dal basso, forse dai portoni di fronte, finiscono nel soffitto, staccando l'intonaco.
Poi gli spari si diradano; le raffiche si fanno brevi e si spengono. Di Nanni attende ancora fino a che ode i primi colpi rintronare alla porta; allora si trascina attraverso la stanza. Dall'altra parte continuano a tempestare l'uscio barricato col tavolo e le sedie. Di Nanni punta il mitra appena sopra il tavolo. Tiene schiacciato il grilletto, mentre ruota l'arma da destra a sinistra, lentamente, poi ancora a destra. Si sentono urla e gemiti. Punta ancora, a livello del pavimento questa volta, e spara due ultime raffiche.
Torna alla stanza e si mette in ascolto. Devono essere in molti attorno alla casa. Gridano ordini in tedesco e in italiano; ma le voci si sono allontanate oltre il fondo della via. Sono diventati prudenti e si tengono al coperto. Sparano di nuovo: colpi isolati e violente raffiche. Forse pensano di bloccare i suoi movimenti o forse sperano di colpirlo con un proiettile fortunato. Certo non può continuare a lungo in quel modo. Devono fare qualcosa di decisivo: tutto il quartiere è in allarme e la voce che trecento tedeschi e fascisti sono impegnati da due ore con forti perdite contro un solo partigiano, si va diffondendo.
Devono fare qualcosa di nuovo e presto. Si ode il ringhiare di un grosso motore. Di Nanni striscia sul balcone, mentre anche dai tetti lontani si comincia a sparare, spia tra le sbarre sulla sinistra: un'autoblinda avanza lentamente, al centro della via stretta; la seguono curvi dieci o dodici tedeschi e fascisti. All'improvviso la canna della mitragliatrice che spunta dalla torretta comincia a sussultare. Di Nanni si rovescia lesto sul fianco e rotola nella stanza mentre i colpi schiantano gli spigoli del balcone e rimbalzano sulla ringhiera di ferro.
Allora Di Nanni toglie cinque pezzi dal pacco di tritolo e li lega assieme con una striscia di tela; nel mezzo infila un detonatore con una miccia corta ad accensione a strappo e torna al balcone. La mitragliatrice tace; il ritmo del motore in folle indica che l'autoblinda è ferma sotto il balcone. Di Nanni svita il cappuccio dell'accensione e tira la cordicella, sente come il fruscio di un fiammifero sfregato contro un mattone, conta cinque secondi; butta il tritolo appena sopra la ringhiera. L'esplosione viene immediata, tremenda; la casa trema tutta. Il motore dell'autoblinda si è arrestato. Qualcuno, rimasto dentro, cerca di rimetterlo in moto. Di Nanni torna ai piedi del letto, prepara altri due fasci di tritolo e, dal balcone, li lascia cadere senza contare perché sotto non c'è piú nessuno che possa spegnere le micce.
Dopo le esplosioni, non si odono più né rumori né grida; tedeschi e fascisti devono essere disorientati. Stanno osservando, al riparo, l'autoblinda immobilizzata e i morti attorno; forse cominciano a dubitare di trovarsi di fronte a un solo partigiano.
Di Nanni torna ancora verso il letto e con tutto l'esplosivo rimasto prepara altri pacchi, mette i detonatori e si sdraia supino. Dalla strada giunge una voce ingrandita e distorta dall'altoparlante: "Arrendetevi. Vi garantiamo salva la vita. Arrendetevi e sarete salvi." Poi qualcos'altro di incomprensibile.
Il rotolare ferroso di cingoli sull'acciottolato annuncia l'arrivo di un carro armato. Avanza lentamente, ruotando la torretta col cannoncino, gli sportelli delle mitragliatrici aperti. Di Nanni attende che vengano sotto, affinché gli uomini nel carro non possano vedere il balcone dalle strette fessure della torretta. Allora accende le micce. Afferra con la destra i legacci e alzando il primo pacco d'esplosivo sopra la sua testa lo scaglia oltre la ringhiera, nella strada, davanti al carro armato. Poi lancia il secondo e il terzo.
Chi guida vede certamente cadere i pacchi ma quando tenta di frenare è tardi; uno di essi esplode a un palmo da] cingolo destro che si spezza di schianto. Le altre due esplosioni completano il lavoro. Il carro comincia a girare su se stesso spinto dal cingolo intatto e finisce contro il muro della casa di fronte.
Il motore si arresta e gli uomini escono cauti dallo sportello e si allontanano. Di Nanni non può vederli.
Adesso ogni rumore è cessato. Un attimo di tregua, di pace prima della fine ormai vicina. L'esplosivo è terminato assieme alle " sipe." Nel caricatore del mitra restano sì e no venti colpi. Di Nanni toglie un proiettile e se lo mette in tasca, poi striscia di nuovo al balcone, pone il dito sul secondo grilletto del mitra, quello del colpo singolo e spia la strada. Da sinistra camminando curvi, rasenti il muro, avanzano tre tedeschi. Non portano fucili ma stringono in mano grappoli di bombe. Intendono usare la sua tattica: lanciare le bombe dal basso, dietro la porta-finestra del balcone. Prende la mira tra le sbarre e spara sul primo nazista che cade in avanti; il secondo colpo manca quello che lo segue, ma il terzo lo raggiunge subito dopo. Spara tre colpi all'ultimo che fugge. Il nazista cade, si rialza e riprende a correre zoppicando. Si salva buttandosi dietro l'angolo della via. In quel momento, dal tetto di fronte parte una raffica rapida e violenta. Un tedesco spara col ginocchio sinistro appoggiato alle tegole della sommità del tetto; non si nasconde. La sua raffica dovrebbe essere decisiva, ma passa alta sulla testa di Di Nanni che lo abbatte sparando a raffica i suoi ultimi colpi.
Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l'ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L'ultimo fascista cade fulminato col colpo.
Adesso non c'è piú niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta, fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano.
E in quell'attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte, nella strada stretta, piena di silenzio.
"Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d'Italia si educheranno all'amore per il loro paese, all'amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull'esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana."




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Stormy Six

Dante di Nanni 
(Umberto Fiori - Tommaso Leddi)

Nel traffico del centro pedala sopra il suo triciclo
e fischia forte alla garibaldina.
Il carico che piega le sue gambe è l'ingiustizia,
la vita è dura per Dante di Nanni.

All'alba prende il treno e c'è odore di porcile
sui marciapiedi della sua pazienza,
e nella testa pesano volumi di bugie.
La sera studierà, Dante di Nanni.

Trent'anni son passati, da quel giorno che i fascisti
ci si son messi in cento ad ammazzarlo
E cento volte l'hanno ucciso, ma tu lo puoi vedere:
gira per la città, Dante di Nanni.

L'ho visto una mattina sulla metropolitana
E sanguinava forte, e sorrideva.
Su molte facce intorno c'era il dubbio
e la stanchezza.
Ma non su quella di Dante di Nanni.

Trent'anni son passati, da quel giorno che i fascisti
Ci si son messi in cento ad ammazzarlo
E ancora non si sentono tranquilli,
perché sanno che gira per la città, Dante di Nanni.






martedì 23 aprile 2013

Le orchidee spontanee di aprile 2013


Questo è un angolino in una cunetta stradale dove l'Anas non ha mai usato i diserbanti chimici. 
La ricchezza delle specie botaniche presenti è rilevante. In Sardegna, molti angoli di molte strade anche statali, compresa la S.S.131, la S.S 131 DCN e molte pertinenze dei binari ferroviari, in particolare nelle splendide zone del Trenino Verde, si presentavano fino a non molti anni fa in questo modo. 
Negli ultimi anni, qualche testa d'uovo molto intelligente delle direzioni generali dell'Anas  delle Ferrovie dello Stato, imitati da qualche servo sciocco di alcune provincie, di alcuni comuni, enti e consorzi, ha avuto la bella pensata di usare al posto dello sfalcio manuale o meccanico il Glyphosate, diserbante chimico che distrugge tutto quello che tocca. 
Passare in queste settimane nelle strade diserbate coi veleni chimici, in auto, in moto, in bici o a piedi, e vedere al posto del verde colorato dai bellissimi fiori della nostra biodiversità uno squallido colore giallo-rossiccio secco, è quello che sta accadendo: l'assurdità che diventa norma. I colori della primavera nelle nostre strade sono scomparsi, sostituiti dal  bruciacchiato secco colore della morte vegetale. Le generazioni future non ce lo perdoneranno. Abbiamo preso in prestito le ricchezze della nostra terra e invece di preservarle e custodirle gelosamente, consentiamo alla pervicacia di quattro miseri burocrati, la pianificazione della loro distruzione coi chimici veleni.




Serapias cordigera



Ophrys tenthredinifera



Orchis anthropophora



Ophrys incubacea



Serapias nurrica



Ophrys morisii



Anacamptis x bornemannii



Serapias parviflora



Ophrys passionis



Serapias lingua



Anacamptis papilionacea var. grandiflora



Ophrys bombyliflora



Orchis brancifortii



Ophrys x sommieri



Ophrys panattensis





lunedì 25 marzo 2013

Le orchidee spontanee di marzo 2013




Barlia robertiana







Ophrys lutea




Anacamptis collina




Gennaria diphylla




Neotinea lactea




Ophrys bombyliflora





Anacamptis papilionacea





Ophrys tenthredinifera




Ophrys ortuabis




Anacamptis longicornu




Ophrys praecox 




Ophrys eleonorae




Ophrys speculum






giovedì 14 marzo 2013

Pepe Mujica - Conferenza ONU sviluppo sostenibile


Testo del discorso del presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica pronunciato alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012


Autorità presenti di tutte le latitudini e  organismi, vi ringrazio molto. Molte grazie al popolo del Brasile e alla sua Signora Presidente, Dilma Rousseff. Molte grazie alla buona fede che sicuramente hanno dimostrato tutti gli oratori che mi hanno preceduto. Esprimiamo la sincera volontà come governanti di sostenere tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere.
Tuttavia, permetteteci di  porre alcune domande a voce alta. Per l’intero pomeriggio si è parlato di sviluppo sostenibile. Di affrancare dalla povertà immense masse di esseri umani.
Che cosa ci frulla per la testa? Il modello di sviluppo e di consumo che è quello attuale delle società ricche?
Mi faccio questa domanda: che succederebbe a questo pianeta se gli indù avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare?
Più chiaramente: il mondo ha oggi le materie prime per consentire a 7 o 8 miliardi di persone di avere lo  stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le società occidentali più opulente? Sarà possibile tutto ciò? Oppure dovremo tra qualche tempo, affrontare un altro tipo di discussione?
Abbiamo creato noi questa civiltà nella quale viviamo oggi: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato a uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo.Ma l’economia di mercato ha creato società di mercato. E questo ci ha condotto alla globalizzazione che viviamo in tutto il pianeta.
Siamo noi che governiamo questa globalizzazione oppure è la globalizzazione che ci governa?
E‘ possibile parlare di solidarietà e che “siamo tutti uniti” in un’economia basata sulla competizione spietata? Fin dove arriva la nostra fraternità?
Non sto dicendo queste cose per negare l’importanza di questo evento. Al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale e la grande crisi non è ecologica, ma è politica.
L’uomo non governa oggi le forze che ha scatenato, al contrario queste forze governano l’uomo. E la sua vita.
Non siamo venuti sulla Terra solamente per svilupparci, così, in generale. Siamo venuti sulla Terra per essere felici. Perché la vita è breve e va via in fretta. E nessun bene vale come la vita. Questo è elementare.

Ma se la vita ci sta sfuggendo, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore della vita è la società dei consumi. perché, in definitiva, se si fermano i consumi si ferma l’economia, e se l’economia si ferma, si presenta per ciascuno di noi il fantasma della stagnazione.
Ma è questo iper-consumo che sta aggredendo il pianeta.
E’ per alimentare questo consumismo, che le aziende fanno in modo che le cose durino poco, perché si deve vendere molto. Una lampadina elettrica, ad esempio, non deve durare più di 1.000 ore. Però ci sono lampadine che possono durare anche 100.000 ore! Ma queste, non si possono fare, perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’ “usa e getta” e quindi restiamo prigionieri di un circolo vizioso.
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è il momento di iniziare a combattere per un’altra cultura.
Non si tratta di chiedere il ritorno all’epoca dell’ “uomo delle caverne”, né di costruire un “monumento al passato”. Però non possiamo continuare, indefinitamente, a essere governati dal mercato, ma
dobbiamo essere noi a dominare il mercato.

Per questo dico, nel mio umile modo di pensare, che il problema che abbiamo è di carattere politico.
Gli antichi pensatori - Epicuro, Seneca e gli Aymara - dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita infinatamente molto e desidera sempre di più e di più”.

Questa è una chiave di carattere culturale
Per questo saluterò gli sforzi e gli accordi che si faranno.
E li sosterrò, come governante.
So che alcune cose che sto dicendo possono urtare.
Ma dobbiamo renderci conto che la crisi dell’acqua e l’aggressione verso l’ambiente non è la causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo costruito.
E quello che dobbiamo cambiare è il nostro modello di vita.

Appartengo a un piccolo paese dotato di molte risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti.
Ma ci sono circa 13 milioni di mucche, tra le migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di pecore stupende.
Il mio paese è un esportatore di prodotti alimentari, prodotti lattiero-caseari, carne.
E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è redditizio.

I miei compagni lavoratori hanno lottato duramente per l’orario di lavoro di 8 ore. E ora stanno ottenendo le 6 ore.
Ma succede che chi lavora 6 ore si cerca un secondo lavoro, allora, lavora più di prima.
Perché?
Perché si deve pagare una quantità di rate: la moto, la macchina, e paga una rata ed un’altra e un’altra ancora e quando vuole riposarsi è un vecchio reumatico, come me, e la vita è volata via.

E allora uno si pone questa domanda: è questo il destino della vita umana?
Queste cose che dico sono molto semplici: nessuno sviluppo può essere contro la felicità.
Deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, di possedere il necessario.

Proprio perché la felicità è il tesoro più importante che abbiamo.
Quando lottiamo per l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell‘ambiente si chiama felicità umana
Grazie




Texto del discurso pronunciado por José Mujica, Presidente de la República Oriental del Uruguay, en la cumbre Río+20

Autoridades presentes de todas la latitudes y organismos, muchas gracias. Muchas gracias al pueblo de Brasil y a su Sra. Presidenta, Dilma Rousseff. Muchas gracias a la buena fe que, seguramente, han manifestado todos los oradores que me precedieron. Expresamos la íntima voluntad como gobernantes de acompañar todos los acuerdos que, esta, nuestra pobre humanidad, pueda suscribir.
Sin embargo, permítasenos hacer algunas preguntas en voz alta. Toda la tarde se ha hablado del desarrollo sustentable. De sacar las inmensas masas de la pobreza.
¿Qué es lo que aletea en nuestras cabezas? ¿El modelo de desarrollo y de consumo, que es el actual de las sociedades ricas? Me hago esta pregunta: ¿qué le pasaría a este planeta si los hindúes tuvieran la misma proporción de autos por familia que tienen los alemanes?
¿Cuánto oxígeno nos quedaría para poder respirar? Más claro: ¿Tiene el mundo hoy los elementos materiales como para hacer posible que 7 mil u 8 mil millones de personas puedan tener el mismo grado de consumo y de despilfarro que tienen las más opulentas sociedades occidentales? ¿Será eso posible? ¿O tendremos que darnos algún día, otro tipo de discusión? Porque hemos creado esta civilización en la que estamos: hija del mercado, hija de la competencia y que ha deparado un progreso material portentoso y explosivo. Pero la economía de mercado ha creado sociedades de mercado. Y nos ha deparado esta globalización, que significa mirar por todo el planeta.
¿Estamos gobernando la globalización o la globalización nos gobierna a nosotros? ¿Es posible hablar de solidaridad y de que “estamos todos juntos” en una economía basada en la competencia despiadada? ¿Hasta dónde llega nuestra fraternidad?
No digo nada de esto para negar la importancia de este evento. Por el contrario: el desafío que tenemos por delante es de una magnitud de carácter colosal y la gran crisis no es ecológica, es política.
El hombre no gobierna hoy a las fuerzas que ha desatado, sino que las fuerzas que ha desatado gobiernan al hombre. Y a la vida. Porque no venimos al planeta para desarrollarnos solamente, así, en general.
Venimos al planeta para ser felices. Porque la vida es corta y se nos va. Y ningún bien vale como la vida y esto es lo elemental. Pero si la vida se me va a escapar, trabajando y trabajando para consumir un “plus” y la sociedad de consumo es el motor, -porque, en definitiva, si se paraliza el consumo, se detiene la economía, y si se detiene la economía, aparece el fantasma del estancamiento para cada uno de nosotros- pero ese hiper consumo es el que está agrediendo al planeta. Y tienen que generar ese hiper consumo, cosa de que las cosas duren poco, porque hay que vender mucho. Y una lamparita eléctrica, entonces, no puede durar más de 1000 horas encendida. ¡Pero hay lamparitas que pueden durar 100 mil horas encendidas! Pero esas no se pueden hacer porque el problema es el mercado, porque tenemos que trabajar y tenemos que sostener una civilización del “úselo y tírelo”, y así estamos en un círculo vicioso.
Estos son problemas de carácter político que nos están indicando que es hora de empezar a luchar por otra cultura.
No se trata de plantearnos el volver a la época del hombre de las cavernas, ni de tener un “monumento al atraso”. Pero no podemos seguir, indefinidamente, gobernados por el mercado, sino que tenemos que gobernar al mercado.
Por ello digo, en mi humilde manera de pensar, que el problema que tenemos es de carácter político. Los viejos pensadores –Epicúreo, Séneca o incluso los Aymaras- definían: “pobre no es el que tiene poco sino el que necesita infinitamente mucho, y desea más y más”. Esta es una clave de carácter cultural.
Entonces, voy a saludar el esfuerzo y los acuerdos que se hacen. Y los voy acompañar, como gobernante. Sé que algunas cosas de las que estoy diciendo, “rechinan”. Pero tenemos que darnos cuenta que la crisis del agua y de la agresión al medio ambiente no es la causa.
La causa es el modelo de civilización que hemos montado. Y lo que tenemos que revisar es nuestra forma de vivir.
Pertenezco a un pequeño país muy bien dotado de recursos naturales para vivir. En mi país hay poco más de 3 millones de habitantes. Pero hay unos 13 millones de vacas, de las mejores del mundo. Y unos 8 o 10 millones de estupendas ovejas. Mi país es exportador de comida, de lácteos, de carne. Es una penillanura y casi el 90% de su territorio es aprovechable.
Mis compañeros trabajadores, lucharon mucho por las 8 horas de trabajo. Y ahora están consiguiendo las 6 horas. Pero el que tiene 6 horas, se consigue dos trabajos; por lo tanto, trabaja más que antes. ¿Por qué? Porque tiene que pagar una cantidad de cuotas: la moto, el auto, y pague cuotas y cuotas y cuando se quiere acordar, es un viejo reumático –como yo- al que se le fue la vida.
Y uno se hace esta pregunta: ¿ese es el destino de la vida humana? Estas cosas que digo son muy elementales: el desarrollo no puede ser en contra de la felicidad. Tiene que ser a favor de la felicidad humana; del amor arriba de la Tierra, de las relaciones humanas, del cuidado a los hijos, de tener amigos, de tener lo elemental.
Precisamente, porque ese es el tesoro más importante que tenemos, la felicidad. Cuando luchamos por el medio ambiente, tenemos que recordar que el primer elemento del medio ambiente se llama felicidad humana.
Gracias.

lunedì 11 marzo 2013

Una pineta, un’orchidea e un’animale misterioso





Pineta di Is Arenas – Narbolia (OR)

Foto aerea di Is Arenas (dal sito di is arenas  golf & country club)
Fino agli inizi degli anni 50 la zona di Is Arenas (Sas Renas in logudorese) è una zona di dune sabbiose, che partendo dalla lunga spiaggia nella baia, si insinuano nelle campagne in prevalenza appartenenti al territorio del comune Narbolia ma che comprende anche terreni del Comune di Cuglieri (zona vicina a Torre del Pozzo) e San Vero Milis (zona confinante con lo stagno di Is Benas). Anno dopo anno le sabbie penetrano sempre più all’interno erodendo e mangiandosi i terreni coltivati o utilizzati come pascolo per il bestiame.
Per fermare l’avanzata delle sabbie, negli anni 50 l’E.T.F.A.S. (Ente Trasformazione Fondiaria) per conto della Regione Sardegna inizia i lavori di un gigantesco rimboschimento e oggi, domate le desertiche dune, Is Arenas è conosciuta come la più grande pineta della Sardegna.

La zona forestata è vasta 1500 ettari, gli alberi di alto fusto che la compongono sono in prevalenza Pinus pinea, Pinus pinaster, Eucalyptus camaldulensis, Acacia saligna e nel sottobosco le essenze della macchia mediterranea: Juniperus oxycedrus, Pistacia lentiscus, Cistus salvifolia e Cistus mospeliensis, Phyllirea sspp, Arbutus unedo, Rhamnus alaternus e varie altre.
La vicinanza al mare e la presenza degli alberi determina condizioni ambientali che possiamo definire eccellenti per la vita di molte specie animali, botaniche e fungine. Il clima è di tipo Termomediterraneo secco, la temperatura invernale difficilmente scende sotto i 12 °C  e quella estiva raramente supera i 33 °C.

Praticamente, da quando è partito il suo impianto, la pineta ha cominciato a suscitare l’interesse della speculazione. Già negli anni 60 grazie alla poca lungimiranza degli amministratori comunali dell’epoca, il comune di Narbolia cedette a prezzi stracciati centinaia di ettari di pineta alla società Is Arenas che iniziò a costruire. All’inizio sorse un villaggio con seconde case e successivamente spuntò un gigantesco campo da golf, contornato da villaggi turistici e grandi alberghi. Per far ciò una parte consistente degli alberi di alto fusto e della relativa macchia sono stati abbattuti con quello che ne consegue per gli animali e le specie botaniche e micologiche. Come se ciò non bastasse, nel 2009 una società multinazionale ha presentato richiesta di concessione demaniale per le acque antistanti la spiaggia e la pineta. Il progetto presentato riguarda la costruzione di un’impianto di pale eoliche marine per la produzione di energia elettrica. Su tale progetto, per ora, ha funzionato il muro di contrarietà eretto dagli enti locali interessati: i comuni di Narbolia, San Vero Milis, Riola Sardo e Cuglieri. Il Ministero dell’Ambiente, La Regione,  la Provincia  e molte delle organizzazioni che si occupano di ambiente.

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Un’Orchidea delle pinete marine sarde: Gennaria diphylla


Tra le tante specie di orchidee spontanee presenti a Is Arenas, Gennaria diphylla è senz’altro una delle più importanti. Gli appassionati di orchidee spontanee iniziano a visitare i siti dove è presente quest’orchidea già dalla seconda settimana del mese di gennaio essendo G. diphylla una delle prime orchidee sarde a fiorire. Oltre a tale motivo, i fotografi naturalisti ne hanno un altro: G. diphylla, per le sue dimensioni (il suo fiore è uno dei più piccoli), per le sue tonalità cromatiche (verde di varie sfumature) e per la quasi incessante presenza del vento (siamo a pochi metri dal mare), è sicuramente la più difficile orchidea spontanea da fotografare e ciò per un bravo fotografo è una sfida quasi irresistibile.
Gennaria diphylla è presente nelle regioni del Mediterraneo occidentale (Nord Africa, Penisola Iberica), in alcune isole atlantiche(Canarie e Madeira) e nelle isole ovest-mediterranee (Sardegna, Corsica, Baleari, Elba). Per quanto riguarda la Sardegna fino al 1995 in letteratura veniva segnalata solo nel Nord Sardegna, nel 1995 Giotta e Piccito segnalano la sua presenza nell’oristanese (Is Arenas), Scrugli e Cogoni sempre nel 1995, nel fluminese e infine nel 2007 Orrù e Senis la ritrovano in territorio di Guspini. Queste segnalazioni, hanno ampliato la sua distribuzione a quasi tutta la zona occidentale dell’isola.
 Sinonimi:
Satyrium diphyllum Link ; Orchis diphylla (Link) Samp.; Coeloglossum diphyllum (Link) Fiori & Paoletti.
 Etimologia:
Gennaria in onore del botanico sardo Patrizio Gennari (1820-1897).
diphylla dal greco "due foglie" per la presenza di 2 sole foglie cauline.
 Habitat:
cespuglieti, macchie e pinete, in ombra o mezz'ombra, fino a 400 m s.l.m.
 Fioritura:
da Gennaio agli inizio di Maggio
 Descrizione:
Pianta alta dai 15 ai 35 cm, verde-giallastra, con fusto cilindrico abbastanza robusto provvisto di 2 sole foglie cauline alterne, quella inferiore più grande della superiore, inserite alte nel fusto e distanziate fra loro, cordiformi e abbraccianti il fusto. Brattee lanceolate, uguali ai fiori quelle inferiori, uguali all’ovario quelle superiori. Infiorescenza lunga e fitta, fiori piccoli, di tonalità verde-giallastra. Sepali conniventi, diretti in avanti e più brevi dei petali a punte ricurve. Labello trilobo, di lunghezza uguale o inferiore ai petali, con lobo mediano più largo e lungo dei laterali, sottili e rivolti all'esterno; sperone molto corto. Ginostemio molto breve, ovario brevemente peduncolato.

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L’animale misterioso

Fino a qualche anno fa a nella zona Nord della pineta di Is Arenas, le Gennaria diphylla erano talmente numerose tanto da poter usare il termine di “invasive”. In qualche zona della pineta, mentre camminavi, dovevi fare molta attenzione a dove mettevi i piedi se volevi evitare di calpestarle. Ora non è più così. Da qualche anno a questa parte, quando inizia il periodo di antesi, che corrisponde anche al periodo di risveglio dal letargo di diversi animaletti, qualcuno di questi, ghiotto dei bulbi di Gennaria, inizia il suo lavoro distruttivo: scava in corrispondenza dello scapo, cosa abbastanza semplice dal momento che l’unica cosa che protegge i bulbi, è uno strato di aghi di pino e sotto gli aghi, altro elemento che facilita l’estrazione del bulbo c’è la  sabbia. Una volta estratta la piantina, il predatore, mangia i bulbi e lascia lì a seccarsi e a morire i fiori. 



Chi è questo animale? All’inizio si era pensato ai cinghiali che tuttora lasciano evidenti segni della loro presenza in pineta da diversi anni a questa parte. Ma i cinghiali non vanno in letargo e quindi se sono loro i mangiatori dei bulbi non si capisce perché inizino a mangiarli da quando inizia l’antesi e non quando iniziano a spuntare le foglie. Inoltre i cinghiali, quando scavano, non vanno certo per il sottile, arano tranquillamente il terreno con scavi anche profondi e non si limitano a un buchetto millimetrico intorno allo scapo della Gennaria. I porcospini? Qualche altro animaletto, magari un roditore? Potrebbero essere entrambi. Gli indizi che portano a loro li ho già accennati: le piccole buche e il fatto che inizino a comparire in corrispondenza del periodo dei risvegli dal letargo, aggiungerei che prediligono le ore notturne per consumare i pasti.

Io, solamente, in questo inizio 2013 ho visitato 7 - 8 volte il posto, decine di volte gli anni scorsi, e non sono riuscito ad individuare colpevoli. Però ho visto alcune volte qualcun altra che a questi colpevoli dava la caccia: la mia amica Vulpes vulpes ichnusae, la volpe sarda, lei sa chi è che si mangia i bulbi, il problema è riuscire a farla parlare.

martedì 19 febbraio 2013

The Photo of the Year 2012









Questa foto del  fotografo svedese Paul Hansen per il quotidiano scandinavo Dagens Nyheter, è “The Photo of the Year 2012” nella 56esima edizione del concorso World Press Photo Contest.

In primo piano sono Suhaib Hijazi, 2 anni, e suo fratello Muhammad, di 3 anni, morti quando un missile ha colpito la loro casa durante un attacco aereo israeliano.


Il loro padre Fouad morì  e la loro madre è stata ferita in modo grave nello stesso attacco. 

La foto è stata scattata il 20 novembre 2012 nei territori palestinesi di Gaza.