mercoledì 23 settembre 2015

Atropa Belladonna (Piante spontanee della Sardegna)






Atropa belladonna è una pianta spontanea della famiglia delle Solanaceae, rara e sporadica. In Sardegna è presente nelle leccete da 0 a 1000 metri.

Descrizione
Pianta perenne, erbacea, alta da 50 a 150 cm.
Foglie ovali, acuminate all'apice, alterne.
Fiori solitari, provisti di un lungo peduncolo.
Calice con 5 sepali. Corolla cilindrica o campanulata. Colore porpora o brunastro esteriormente con riflessi violetti, internamente con riflessi giallo-grigio divisa in 5 punte arrotondate all'apice. Il frutto è una bacca a forma di sfera, nera e lucida.

Proprietà
Atropa Belladonna contiene alcaloidi tropanici (atropina, iosciamina, scopolamina) flavonoidi, tannini. Alcune sostanze contenute sono usate per produrre analgesici, antispasmodici e pomate antireumatiche. E’ usata in omeopatia per trattare l'emicrania.
E’ una pianta velenosissima: 3-4 bacche possono uccidere un uomo adulto.



Atropa belladonna

Foto in habitat 
ai bordi di un sentiero in lecceta a Monte Arci

Pianta




Fiori



Altra piantina



Fiori e bacche in varie fasi di maturazione



Fiori e bacche in varie fasi di maturazione



Fiori e bacche in varie fasi di maturazione

giovedì 17 settembre 2015

Ode a sa tristesa (Pablo Neruda)








Ode a sa tristesa
           (Pablo Neruda)


 Tradutzione: Frantziscu Sotgiu Melis Pes


Tristesa, carrabusu
de sette francas segadas,
ou de nappu 'e soloriga,
serrone malecontzu
ossamentas de cane femina:
Innoghe no intras.
No passas.
Baediche.
Torra
a cabu ‘e josso cun su paraccu tu
torra
a cabu ‘e susu cun sos tuos dentes de coloru.
Innoghe bivet unu poeta.
Sa tristesa no podet
intrare dae custas zennas.
Dae sas ventanas
intrat s'aria de su mundu,
sas rosas rujas noas,
sas pandelas ricamadas
de su pòpulu e sas bitorias suas.
No podes.
Inoghe no intras.
Assucula
sas alas tuas de tzuntzurreddu,
jeo apo a pistare sas pinnias
chi ruen’ dae su entinu tu,
jeo  apo a ispraghere sos cantos
de sos ossos tuos
a sos batoro puntos de su entu,
Ti tiro su tzugu,
ti coso sos ogos,
ti che sego su sudàriu
e ch' interro sos ossos tuos de rosigadore

suta s' 'eranu de una mata 'e mela.


mercoledì 9 settembre 2015

Atonzu (Autunno)

Frantziscu Sotgiu Melis Pes



Autunno a Macomer - Monte di Sant'Antonio



Rùen dae s'arbure sas fozas
e su ‘entu das bolada atesu.
Solu po pagos momentos parene mariposas
chi calan’ a terra istontonadas.
Prènen de colores de siccu
sos buscos chi prima fun’ birdes
e ti faen bénner’ sa tzudda,
e unu sentidu de anneu.
Bies muntones de fozas grogas
suta sos arbures nuos,
unu sùlidu das mòvede
e pàren undas
de unu mare cumandau dae su ‘entu.

Su cunillu si cuada in sa tana
e in foras faghinde sa posta,
b'est su matzone 'e malas trassas chi isetada.
Sos pitzigrogos rassittos
istuvant tenaghes de antunna
e sa piga brinchitad’ dae un'arbure a s'ateru
chircande bobois.

Custu est s'atonzu.

B'at dies chi sos lampos dae chelu
che chèren’ ispèrder’ su mundu
e b'at dies chi s'aperin’ sas nues,
e mojos de abba nos pròen’ in conca
e inundan’ pasturas e istradas.
B'at dies chi su sole si cuat
e no cheret bessire a iscardire sa terra
e b'at dies chi su sole caente
nos faghet torrare a su mare.




Autunno


Cadono dall’albero le foglie/e il vento le fa volare lontano./Solo per pochi momenti sembrano farfalle/che scendono a terra stordite./Riempiono di colori di secco/i boschi che prima erano verdi/e ti fanno venire i brividi/e un sentimento di malinconia./Vedi  una marea di foglie ocra/sotto gli alberi nudi./Un alito le muove/e sembrano onde/di un mare comandato dal vento.//Il coniglio si nasconde nella tana/e fuori a fargli la posta/c’è la volpe astuta che aspetta./Le lumache grassotte/scavano i gambi dei funghi/e la ghiandaia saltella da un albero all’altro/cercando insetti.//Questo è l’autunno.//Ci sono giorni in cui i fulmini del cielo vogliono distruggere il mondo/e ci sono giorni in cui le nuvole si aprono/e moggi d’acqua ci piovono in testa/e allagano pasture e strade./Ci sono giorni in cui il sole si nasconde/e non vuole uscire per scaldare la terra/e ci sono giorni in cui il sole rovente/ci fa ritornare al mare.




martedì 1 settembre 2015

Amanita torrendii = Torrendia pulchella





    Micologia    
I funghi rari della Sardegna  

Amanita torrendii Justo

= Torrendia pulchella Bresadola

Descrizione: 
Basidioma di colore bianco o bianco-crema, semi-ipogeo, all'inizio globoso o semi-globoso, in seguito con lo sviluppo si forma un corpo con un cappello semi-globoso nella parte superiore, un gambo sub-cilindrico nella parte centrale e una volva nella parte inferiore del gambo.

Cappello:
di aspetto semi-globoso o leggermente schiacciato, di colore bianco, bianco sporco, bianco-crema; da 0,4 a 2,2 cm. esternamente circondato da una parte che possiamo definire peridio con evidenti granulosità, internamente è poroso e l’aspetto è quello di un nido d’ape, la carne è bianca, carnosa-sub-gelatinosa

Gambo:
centrale, da 2 a 4 x 0,3 - 0,7 cm. di colore biancastro, subcilindrico o leggermente schiacciato, attenuato all’intersezione col cappello, sia il cappello che la volva si separano dal gambo con estrema facilità; carne immutabile, fibrosa, di aspetto macerato in certe parti.

Habitat: 
specie xerofila mediterranea (descritta finora in Spagna, Portogallo, Francia, Italia insulare, Algeria, Marocco), fruttifica a fine autunno nelle zone con presenza di Pinus sp., Quercus suber, Quercus ilex con sottobosco di Cistus sp. in terreni sabbiosi e silicei.

Amanita torrendi è un rarissimo fungo secotioide (che ha apparentemente l'aspetto di un fungo del genere Secotium). L'appellativo secotioide viene dato ai basidiomycetes che presentano una forma morfologica intermedia tra le morfologie tipiche dei boletoides  o degli agaricoides (gambo e cappello ben formati e zona imeniale con tubuli o lamelle orientati verso il suolo) e quelli gasteroidi che hanno la zona imeniale all'interno e con aspetto generalmente globoso o tuberoso.

Gli esemplari pubblicati sono stati fotografati il 10 e il 12 Dicembre 2014 alle pendici di Monte Arci (nell’oristanese) in terreno sabbioso con presenza di Quercus suber e Cistus mospeliensis.









































lunedì 31 agosto 2015

Ite as bisu de nou cust’ 'eranu

Frantziscu Sotgiu Melis Pes








Guardando alla primavera di quest'anno ho ripensato alle mie primavere da bambino, a come allora ero curioso, a come volevo osservare, scoprire, capire. 
A come vivevamo gli anni spensierati dell'infanzia. Il contatto con gli elementi della natura: gli animali, le piante, l'acqua e la terra.
Ho pensato a quello che succede adesso, a come  il tipo di società che è stata costruita ci costringe volenti o nolenti a tenere i bambini protetti dentro le mura delle nostre case, a come in questo modo le nuove generazioni stanno perdendo il contatto con gli odori e i colori, con i suoni, le sensazioni e i fenomeni della natura. 
Mi sono messo a scrivere. Ne è nata questa poesia, una riflessione fatta di domande rivolte a un me stesso bambino che però vive la sua infanzia in questi anni.







Ite as bisu de nou cust’ 'eranu

             (di Frantziscu Sotgiu Melis Pes)



Ite as bisu de nou cust’ 'eranu,
sos frores frorinde?
Sas rùndines bolande e rùndinande?
S'abba 'e su riu alligra murrunzande,
calande dae su monte a su pranu?
Cussu ch'idiamos semper, d'as bisu cust' 'eranu?

                     As bisu mariposas pinturadas
                     brincheddande in bolu a sas coroddas?
                     Ruias pintirinadas pibiolas,
                     pasandesi,
                     in sas fozas birdes?
                     Matzones e trùtturas amorande
                     sùtta s'umbra 'e sa matta e de sa luna?

                               As bisu sos frores biancos de sa mèndula
                               die po die creschinde a mènduledda
                               in sos arbures prantados in su pranu?
                               D'as bisu tottu cussu, cust' 'eranu?

E appustis de sa temporada
Sos pitzinnos in sas coras,
zogande,
faghinde dighigheddas de lunzana,
e in sas pischinas gasi fraigadas
ispinghinde barchittas de paperi,
cando proiat bene a su manzanu?

Est cussu su chi as bisu, cust' 'eranu?







Cosa hai visto di nuovo questa primavera?

Cosa hai visto di nuovo questa primavera/i fiori che fiorivano?/Le rondini volando e girando intorno?/ L’acqua del ruscello allegra, borbottando,/scendendo dalla montagna alla pianura?/Quel che vedevamo sempre, l’hai visto questa primavera?//Hai visto le farfalle pitturate/saltellando in volo alle corolle./Le rosse puntinate coccinelle/riposandosi/sulle foglie verdi?/Le volpi e le tortore amoreggiando/all’ombra della pianta e della luna?//Hai visto i fiori bianchi del mandorlo/giorno dopo giorno crescendo e diventando mandorla/negli alberi piantati nella pianura?/L’hai visto tutto quello, questa primavera?//E dopo il temporale/i bambini nei rigagnoli,/giocando,/costruendo dighette d’argilla,/e negli stagnetti così costruiti/spingendo barchette di carta,/quando pioveva bene la mattina?//E’ quello quel che hai visto, questa primavera? 

martedì 25 agosto 2015

S'orchidea areste (Frantziscu Sotgiu Melis Pes) L'orchidea spontanea





Non sempre succede agli uomini di saper parlare con esseri diversi dalla loro specie,  quando questo succede, si tratta quasi sempre di esseri appartenenti comunque al regno animale, i rappresentanti del genere umano riescono a stabilire un rapporto esclusivo e gli esseri interlocutori diventano amici o parenti stretti dell’uomo, della donna o del bambino col quale interloquiscono.

Conosco anche persone che comunicano con le macchine, parlano con la loro bici, con la motocicletta o con l’autovettura o col box del loro Pc. Presumo che sia una comunicazione a senso unico non credo che le succitate macchine siano capaci di esprimere un qualsiasi sentimento o di mostrare al pari di un gatto, un cane o un cavallo, affetto o calore.

La primavera scorsa ho conosciuto un orchidea, una piccola orchidea selvatica, non so se sono riuscito a stabilire un rapporto di un qualche tipo con lei, so però che l'ho ascoltata e lei mi ha detto in confidenza le cose che riporto di seguito. Essendo un'orchidea del Centro Sardegna, parla la lingua che parlano gli uomini che vivono da quella parti. Perché tutti capiscano quello che lei mi ha detto, ho  provveduto a fare la traduzione in italiano.





S'orchidea areste (Franziscu Sotgiu Melis Pes)
                                                              
                                                                                       No cherzo frores in sa tumba mia, poite isco
                                                               chi an' andare a che ddos istrazzare in sa sirba.
                                                                                                                                                               Chico Mendes


Zeo nasco dae unu semeneddu, piticu.
E pòberu.
Solu dae issu, no fui renessia a naschede.
M’at azuau un'antunnedda
chi ancora como mi nùdridi e m'attendede fintzas a cando mi fatzo manna.
Meda di ponzo a crèschere est beru: otto, deghe, dòighi annos.
Ma cando tue mi podes bìere,
cando ispràgo sos frores,t'ispantas. Rues a terra bresau.
A bortas bogas sa fotocamera e iscattas, iscattas, iscattas.
Mi cheres bìere dae onzi cuzone
dae susu e dae sutta, dae manca e dae  ‘eretta,
cun meda lughe e paga lughe, e abbortas m'illunias cun su flash.
T'aggrado.
Mi cheres, e tue m'aggradas e zeo ti cherzo,
ca de a tie mi fido.
Mi rispettas.
Onzi annu imbetzo e morzo.
Ma prima e mòrrere fatzo sos sèmenes.
Nde fatzo medas,
ca tue d'ischis ca po a mie,
naschet dae su sèmene no es cosa sìmpritze.
Mi cherent sos bobbois, sas abes
mi cherent gasi ‘ene chi semper si cunfundent e po issos divento s'amorada.
E onzi annu torro a naschede, e in beranu a frorire.
E in beranu su tempus de sa mia fertilidade,
pròpriu in beranu
sos chi no cherzo, sos chi no m'aggradan,
bènini a mi chircare
cun s'amore issoro ‘occhidore.
Bènini e mi istratzana, nande chi aman sa mia bellesa.
Bènini e mi occhini, nande ca seo bella.
Bènini e mi che siccana ca nachi cherent faghet bellos 
sos logos chi bellos no sunt.
Ca dis aggradat sa mia bellesa da cherent chimbe minutos roba issoro.
Unu vasu, uno bottu‘etzu, un'istanzada: prena 'e abba, o chen’abba
sunt sa tumba.
M’istratzana, m'affogana, mi siccana,  m'illezzana, mi occhini.

Ma po amore…


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Sas orchideas arestes sun protezias dae sa Conventzione subra su Cummertziu Internatzionale de sas Ispetzies Minettadas de Isperdidura, o C.I.T.E.S., dae s’ingresu Convention on International Trade of Endangered Species chi est un’accordu internatzionale frimmau dae medas istados a Washington in s’annu 1973. Tenet s’iscopu de regulamentare su commertziu de sos animales e de sa frora areste che sunt accanta a s’isperdidura. A dolu mannu commente in Sardigna capitada medas bortas finzas po atteras cosas, chie fut deviu essede su chi deviat sarbare custas ispetzies, est invetzes su nemigu prus mannu issoro. S’Amministratzione regionale, cussas de sos comunes, e atteros entes e agentzias ispraghene o direttamente o cun sas impresas de appartu: sos siccadores de erba chimicos chi luan sos logos inue custos donos de sa natura biven (cunettas e tremenes de sas istradas e de sos binarios, sos oros de sos frumenes e de sos canales) isperdindeche a issas e sos logos inue issas bivent.  Fintzas medas omines e femminas po vandalismu o po ignorantzia sun sos issoro occhidores.Che ddas istratzana po si che das leare a domo e po faet bellu po crachi quartu de ora unu cuzone de carchi apposentu faghindesi curpevoles fintzas issos de s’isperdidura de cussos rarissimos frores e de una parte importante de sa biodiversidade de s’isula sarda.

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L'orchidea selvatica (Franziscu Sotgiu Melis Pes)

                                                                              Non voglio fiori sulla mia tomba, perché io so
                                                                                                                      che andranno a estirparli nella selva. 
                                                                                                                                                        Chico Mendes

Io nasco da un semino, piccolo.
E povero.
Solo da lui, non sarei riuscita a nascere.
Mi ha aiutato un funghetto
che ancora adesso mi nutre e mi assiste fino a quando divento grande.
Ci metto molto a crescere è vero: otto, dieci, dodici anni.
Ma quando tu mi puoi vedere,
quando apro i fiori,ti sorprendi. Cadi per terra felice,
A volte tiri fuori la fotocamera e scatti, scatti, scatti.
Mi vuoi vedere da tutti gli angoli
da sopra e da sotto, da sinistra e da destra,
con molta luce e poca  luce, e delle volte mi abbagli col flash.
Ti piaccio.
Mi vuoi, e tu mi piaci e io ti voglio,
perché di te mi fido.
Mi rispetti.
Tutti gli anni invecchio e muoio.
Ma prima di morire faccio i semi.
Ne faccio molti,
perché tu sai che per me,
nascere da un seme non è cosa semplice.
Mi amano gli insetti, le api
mi vogliono così bene che sempre si confondono e per loro divento l’amante.
E ogni anno rinasco, e in primavera fiorisco.
E in primavera la stagione della mia fertilità,
proprio in primavera
quelli che non amo,quelli che non mi piacciono,
vengono a cercarmi,
col loro amore assassino.
Vengono e mi estirpano, perché amano la mia bellezza.
Vengono e mi uccidono, dicendo che sono bella.
Vengono e mi fanno seccare perché vogliono fare belli posti che belli non sono.
Poiché gli piace la mia bellezza la vogliono cinque minuti roba loro.
Un vaso, un vecchio barattolo, un bicchiere: con acqua, o senza acqua
sono la mia tomba.
Mi stracciano, mi affogano,  mi seccano,  m’imbruttiscono,  mi uccidono.

Ma per amore…

***
Le orchidee selvatiche sono protette dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, o C.I.T.E.S., dall'inglese Convention on International Trade of Endangered Species. Una convenzione internazionale firmata da numerosi stati a Washington nel 1973. Ha lo scopo di regolamentare il commercio internazionale di fauna e flora selvatiche in pericolo di estinzione. Purtroppo, come in Sardegna succede spesso anche per altre cose, chi dovrebbe essere il principale protagonista della salvaguardia di queste specie, ne diventa, invece il principale nemico.  L’Amministrazione regionale, quelle comunali, diversi enti e agenzie spargono o direttamente o attraverso imprese d’appalto diserbanti chimici che avvelenano i posti dove questi doni della natura vivono (cunette e scarpate di strade e ferrovie, argini di fiumi e canali) distruggendo loro e il loro habitat.  Anche molti uomini e donne per vandalismo o semplicemente per ignoranza sono i loro killer. Le estirpano per portarsele a casa e abbellire per qualche quarto d’ora l’angolino di qualche stanza diventando così responsabili, anche loro dell’estinzione di questi rarissimi fiori e di una parte importante della biodiversità dell’isola sarda.
***