venerdì 10 luglio 2020

Cun paràulas furadas

de Franco Sotgiu




Una poesia scritta in piena pandemia e in pieno confinamento. Ha partecipato al Premio Regionale di Poesia a tema imposto intitolato #Abarraindomotua# nella sezione riservata ai poeti originari di Sedilo.




Cun paràulas furadas



Tenzo gana de iscrier' una poesia,
cun paràulas furadas,
dae àteras poesias abbandonadas,
pèrdidas in sa 'ia.

L'iscrio pro cust' 'eranu presoneri,
inue no bio colores,
nen de pitzinnos, de aes, nen de frores.
Nen bentu passizeri.

Iscrio custa poesia pro sa passèntzia,
pro mantennere s'ispera cada die,
pro chie s'est cumbattende s'esistèntzia,
pro ch' abbarramos sanos tue e mie.

Contende de nd'essire binchidores,
contra custu invisìbile nemigu.
Una poesia sinnada dae  dolores
pro tottus sos lassados chen' abrigu.

Una poesia pro a tie Sardigna amada,
chi ses bivind' in pena,
pro fizos tuos sufrind' in terr' anzena.
Pober' abbandonada.

Una poesia pro a tie Virus malinnu,
chi ti sicchet in prenu,
cun versos tostos prenos de velenu,
chi no nd'abbaret sinnu.

***


Con parole rubate


Ho voglia di scrivere una poesia,
con parole rubate,
da altre poesie abbandonate,
perdute nella via.

La scrivo per questa primavera prigioniera,
dove non vedo colori,
né di bambini, di uccelli, né di fiori,
né vento passeggero.

Scrivo questa poesia per la pazienza,
per conservare la speranza  ogni giorno,
per chi sta combattendo per la sua vita,
perché restiamo in salute tu ed io.

Contando di uscirne vincitori,
contro questo invisibile nemico.
Una poesia segnata dai dolori,
per tutti quelli lasciati senza una protezione.

Una poesia per te Sardegna amata
che stai vivendo in pena,
per i tuoi figli che soffrono in terra straniera. 
Povera abbandonata.

Una poesia per te Virus maligno,
che ti secchi in pieno,
con duri versi pieni di veleno,
che di te che non resti neanche il segno. 

venerdì 26 giugno 2020

Sa Natura e su Virus

de Franco Sotgiu


Mercoledì 24 Giugno, l’amministrazione comunale di Sedilo, in collaborazione con la Pro Loco e il Comitato di San Giovanni ha organizzato a Sedilo in Piazza San Giovanni la premiazione delle poesie vincitrici del Premio Regionale di Poesia a tema imposto intitolato #Abarraindomotua#.

Il concorso, era aperto a tutte le opere scritte in qualsiasi variante della lingua sarda e avevano come oggetto il CoronaVirus COVID-19 e le implicazioni derivate dalla diffusione di questo microrganismo. 

Nella Sezione A Poesie in rima, la mia poesia “Sa natura e su virus” ha vinto il terzo premio. Pensando di fare cosa gradita la pubblico qui di seguito:



Sa Natura e su Virus


Sa natura, l’’idimos,
da’ s'òmine est offesa,
in donzi logu: terra, chelu e mare.
E tottus già l'ischimos
chi s'òmine l'at presa,
istrinta e non si podet liberare.
Ch’accabent sos turmentos,
cun boghes e lamentos
lis pedit, ma no l'ischint iscurtare,
e tando at comintzadu
su dannu a lis torrare causadu.

L'ant luada ‘e velenu,
de fumos e de fogos,
ch’ant ispèrdidu buscos e forestas,
e sas abbas l'ant prenu,
in mare e àteros logos
de plàstica, petròliu e milli pestas,
ispèrdidu animales,
e causàdu males,
provocànde-li intzendios e tempestas,
e donzi disaura
faghinde semper dannu a sa natura.

Proite in custos annos
sutzedin semper prusu
disastros chi no isco ispiegare?
Allagamentos mannos,
tzittades sutta a susu,
cosas chi no podimos evitare.
Siccagnas, maremotos,
gheladas, terremotos,
chi nemos oe podet controllare?
Sa natura at detzisu:
a s'òmine li dat s'ùrtimu avvisu.

Como bènnidu est custu
monstru lèzu malinnu
ch'at postu pore a s'umanidade,
batinde-nos s’assustu
e mandande su sinnu
chi morta est contra a nos sa piedade.
Custu Virus Corona
bocchit onni pessona.
Sa natura, ma jà est beridade,
nos at zuradu gherra
e ponet in brenugu a custa Terra.


                          ***


La natura e il virus

La natura lo vediamo,
è offesa dall’uomo,
dappertutto: terra cielo e mare.
e sappiamo tutti,
che l’uomo l’ha legata,
stretta e non si può liberare.
Chiede che smettano di tormentarla,
con urla e lamenti,
ma non la sanno ascoltare,
e allora ha iniziato
a restituire loro i danni che hanno causato.

L’hanno intossicata di veleno,
di fumi e di fuoco,
hanno distrutto boschi e foreste,
hanno riempito l’acqua,
in mare e altri posti,
di plastica, petrolio e mille pesti,
estinto animali,
e causato mali
provocandole incendi e tempeste,
e ogni disgrazia,
sempre procurando danni alla natura.

Perché in questi anni
succedono sempre di più
disastri che non so spiegare?
Grandi alluvioni,
città messe sottosopra,
cose che non possiamo evitare.
Siccità, maremoti,
gelate, terremoti,
che nessuno oggi riesce a controllare?
La natura ha deciso:
all’uomo dà l’ultimo avviso.

Ora è arrivato questo
brutto mostro maligno
che ha portato paura all’umanità,
che ci ha spaventato
e ci ha mandato l’avvertimento
che contro di noi è morta la pietà.
Questo Coronavirus
uccide ogni persona.
La natura, ma è la verità,
ci ha giurato guerra,
e mette in ginocchio la Terra. 

domenica 14 giugno 2020

Est s'òmine, de s'òmine, nemigu

de Franco Sotgiu




Sa natura pretziosa,         

est in donzi cuzone,                    

e s'òmine la depet preservare.

De s'anzone a sa rosa,     

de s'abe a su leone,         

a sas algas e pisches de su mare.        

Depimus rispetare,

sas aes e sos frores,

chi sunt in s'ortu 'e domo.

O lu faghimus como,

o no tenimus annos benidores.

Como est zusta s'edade

pro sarbare sa bio-diversidade.

 

E su sole l'idies?

oe ùrtima die e annu                              

cardu cantu una die in beranu.     

E tottus gia l'ischies,

chi custu faghet dannu,

a chie aberit sos ogos su manzanu,

minore siat o antzianu,

s'abbizat ch'in su mundu,

su tempus est cambiende.

L'idimos ch'est andende,

onzi die ch'enit, semper pius a fundu.

E non chircheis abrigu,

oe est s'òmine, de s'òmine, nemigu.

 

Est s'òmine chi brùsiat,

sighend'a ponner fogu,              

sas forestas, sos campos e sa vida.     

Est s'òmine chi usat,

luende in donzi logu,

velenos in sa Terra ch'est famida.

S'òmine l'at ferida

e como perdet sàmbene,

at zenerau chimeras,

at iscazau nieras,

at isparghiu in s'otzèanu bascaràmene.

Pro cussu pius de prima,

pranghimus, ca nos est cambiau su crima.

                                                    Aristanis 31.12.2019

                                     


           ***



E' l'uomo, dell'uomo, nemico


La natura preziosa,

è in tutti gli angoli,

e l’uomo la deve salvaguardare.

Dall’agnello alla rosa

dall’ape al leone,

alle alghe ed ai pesci del mare.

Dobbiamo rispettare,

gli uccelli e i fiori,

che abbiamo nel cortile di casa.

O lo facciamo adesso

o non abbiamo futuro.

Ora è il tempo giusto

per salvare la bio-diversità.

 

Lo vedete questo sole?

oggi ultimo dell’anno

fa caldo quanto una giornata in primavera.

E lo sapete già tutti,

che questo fa danno,

a chi si sveglia la mattina,

che sia piccolo o anziano,

si accorge che nel mondo,

il tempo sta cambiando,

lo vediamo che si sta andando,

ogni giorno che viene, sempre più a fondo.

E non cercate riparo,

oggi è l’uomo, il nemico, dell’uomo.

 

È l’uomo che brucia,

continuando a mettere il fuoco,

le foreste, i campi e la vita.

È l’uomo che usa,

intossicando dappertutto,

veleni nella Terra che è affamata.

L’uomo l’ha ferita

e adesso sanguina,

ha generato chimere,

ha sciolto i ghiacciai,

e nell’oceano ha sparso la spazzatura.

Per questo più di prima, 

piangiamo, perché è cambiato il clima.


domenica 17 maggio 2020

Notizie dei nessuno (Noticias de los nadies)


di Eduardo Galeano



Fino a 20 o 30 anni fa, la povertà era il risultato dell'ingiustizia. Lo denunciava la sinistra, lo ammetteva il centro, la destra raramente lo negava. Le cose sono cambiate molto negli ultimi tempi: ora la povertà è la giusta punizione che merita l'inefficienza o, semplicemente, è un modo di espressione dell'ordine naturale delle cose. La povertà può meritare pietà, ma non provoca più indignazione: ci sono persone povere per fatalità o causa di un gioco del destino. Il codice morale di questi tempi non condanna l'ingiustizia, ma piuttosto il fallimento.


Alcuni mesi fa, Robert McNamara, che è stato uno dei responsabili della guerra del Vietnam, ha scritto un lungo pentimento pubblico. Il suo libro In retrospect (Times Books, 1995) riconosce che quella guerra è stata un errore. Ma quella guerra, che ha ucciso tre milioni di vietnamiti e 58.000 nord-americani, è stata un errore perché non poteva essere vinta, e non perché era ingiusta. Il peccato è nella sconfitta, non nell'ingiustizia.
Con la violenza accade la stessa cosa che accade con la povertà. Nel sud del pianeta, dove vivono i perdenti, raramente la violenza appare come risultato dell'ingiustizia. La violenza è quasi sempre esibita come il frutto della cattiva condotta degli esseri di terza classe che abitano il cosiddetto Terzo Mondo, condannati alla violenza perché la violenza è nella loro natura: la violenza corrisponde, come la povertà, all'ordine naturale, all’ordine biologico o forse zoologico di un sub-mondo che è così perché così è stato e così continuerà ad essere.


Mentre McNamara pubblicava il suo libro sul Vietnam, due paesi dell'America Latina, Guatemala e Cile, attiravano, con sorprendente eccezione, l'attenzione dell'opinione pubblica nord-americana.
Un colonnello dell'esercito guatemalteco è stato accusato dell'omicidio di un cittadino degli Stati Uniti e della tortura e morte del marito di una cittadina degli Stati Uniti. È stato rivelato che per anni il colonnello aveva ricevuto uno stipendio della CIA. Ma i media, che hanno diffuso molte informazioni sullo scandalo, hanno prestato poca attenzione al fatto che la CIA finanzia gli assassini e promuove e rimuove i governi in Guatemala dal 1954. In quell'anno, la CIA organizzò, con l'approvazione del presidente Eisenhower, il colpo di stato che ha rovesciato il governo democratico di Jacobo Arbenz. Il bagno di sangue che il Guatemala ha subito da allora è sempre stato considerato naturale e raramente ha attirato l'attenzione dei fabbricanti di notizie per l’opinione pubblica. Non meno di 100.000 vite umane sono state sacrificate, ma quelle erano vite guatemalteche e, per la maggior colmo di disprezzo, vite indigene.



Nello stesso momento in cui rivelavano del colonnello in Guatemala, i media hanno riferito che in Cile due alti ufficiali della dittatura di Pinochet erano stati condannati. L'omicidio di Orlando Letelier è stato un'eccezione alla regola dell'impunità e questo dettaglio non è stato menzionato. I militari che nel 1973 che con un colpo di stato avevano preso il potere in Cile, colpo di stato al quale aveva collaborato, confessandolo, il presidente Nixon, avevano commesso impunemente  molti altri crimini. Letelier era stato assassinato, con la sua segretaria nord-americana, nella città di Washington! Cosa sarebbe successo se invece fosse accaduto a Santiago del Cile o in qualsiasi altra città latinoamericana? Ciò che successe al  generale cileno Carlos Prats, impunemente assassinato, con sua moglie, anch'essa cilena, a Buenos Aires, nel 1970.


Auto imbattibili, saponi prodigiosi, profumi eccitanti, antidolorifici magici: attraverso il piccolo schermo, il mercato ipnotizza il pubblico consumante. A volte, tra avvertimento e avvertimento, la televisione lancia immagini di fame e guerra. Quegli orrori, quelle fatalità, provengono dall'altro mondo, dove accade l'inferno, e sottolineano solo il carattere paradisiaco delle offerte della società dei consumi. Queste immagini provengono spesso dall'Africa. La fame africana viene mostrata come una catastrofe naturale e le guerre africane non affrontano gruppi etnici, popoli o regioni, ma tribù e non sono altro che cose da neri. Le immagini della fame non alludono mai, neppure di sfuggita, al saccheggio coloniale. La responsabilità delle potenze occidentali che ieri hanno dissanguato l'Africa attraverso la tratta degli schiavi e la monocultura obbligatoria non è mai menzionata, e oggi perpetuano l'emorragia pagando salari da fame e prezzi da fallimento. Lo stesso vale per le immagini delle guerre: sempre lo stesso silenzio sull'eredità coloniale, sempre la stessa impunità per gli inventori dei falsi confini che hanno lacerato l'Africa in più di cinquanta pezzi e per i trafficanti di morte, che dal Nord vendono armi perché al Sud si facciano le guerre. Durante la guerra del Ruanda, che ha fornito le immagini più atroci nel 1994 e gran parte del 1995, non è per casualità se nelle Tv non ci sia stato il minimo riferimento alla responsabilità di Germania, Belgio e Francia. Ma le tre potenze coloniali avevano in fasi successive, contribuito a fare a pezzi la tradizione di tolleranza tra tutsi e hutu, due popoli che avevano convissuto pacificamente, per diversi secoli, prima di essere addestrati per lo sterminio reciproco.



venerdì 15 maggio 2020

Sos nemos (Los nadies) di Eduardo Galeano




Sos nemos  (Los nadies - I nessuno) di Galeano, sono gli ultimi della terra, i dimenticati, gli esclusi. Quelli che nel corso dei secoli sono stati schiavizzati, colonizzati, sfruttati, rapinati delle risorse. Quelli che non hanno storia, non hanno culture, non hanno diritti, non hanno voce. Non hanno queste cose fondamentali per vivere in questa società, non è che non le hanno, è che la società gli impedisce di usarle. I potenti, i prepotenti, i ricchi del mondo li tengono per loro maggior privilegio in questa situazione.


Los nadies, recitata dall'autore Eduardo Galeano




(Sos nemos e I nessuno sono le mie traduzioni in sardo e in Italiano)



Sos nemos

Sos pùlighes tenent in bisu de si comporare unu cane,
e sos nemos tenent in bisu de no essere prus pòberos,
chi una mazica die
proat dae chelu sa fortuna,
chi proat a càntaros sa fortuna.
Però sa fortuna no proet ne erisero,
ne oe, ne cras, ne mai,
e mancu a pispiadura calat sa fortuna,
pro cantu sos nemos la mutant
e li pitzighen sa manu manca,
o si che pesent cun su pe erettu,
o comintzent s'annu cambiende s'iscoba.

Sos nemos: sos fizos de nemos, sos meres de nudda.
Chi no sunt, fintzas s'esistint.
Chi no faeddant limbas, ma dialèttos.
Chi no professant religiones, ma superstitziones.
Chi no faghent arte, ma artizianau.
Chi no praticant cultura, ma folclore.
Chi no sunt esseres umanos, ma risorsas umanas.
Chi no tenent cara, ma bratzos.
Chi no tenent nùmene, ma nùmeru.
Chi no figurant in s'istòria universale,
ma in sa crònaca niedda de sos giornales locales.
Sos nemos, chi sunt prus barattos de sa balla chi los bocchit.



*********


Los nadies


Sueñan las pulgas con comprarse un perro
y sueñan los nadies con salir de pobres,
que algún mágico día
llueva la buena suerte,
que llueva a cántaros la buena suerte;
Pero la buena suerte no llueve ayer,
ni hoy, ni mañana, ni nunca,
ni en lloviznitas cae del cielo labuena suerte, 
por mucho que los nadies la llamen 
y aunque les pique la mano izquierda,
o se levanten con el pié derecho,
o empiecen el año cambiando de escoba.

Los nadies, los hijos de nadie, los dueños de nada,
Que no son, aunque sean.
Que no hablan idiomas, sino dialectos.
Que no profesan religiones, sino supersticiones.
Que no hacen arte, sino artesanía.
Que no practican cultura, sino folklore.
Que no son seres humanos, sino recursos humanos.
Que no tienen cara, sino brazos.
Que no tienen nombre, sino número.
Que no figuran en la historia universal,
sino en la crónica roja de la prensa local.
Los nadies, que cuestan menos que la bala que los mata.



********


I nessuno


Le pulci sognano di comprarsi un cane
e i nessuno sognano di non essere più poveri,
che un magico giorno
piova improvvisamente la fortuna,
che piova a dirotto la fortuna.
Però la fortuna non piove né ieri,
né oggi, né domani, né mai,
e neppure pioviggina, la fortuna
per quanto i nessuno la chiamino
e le pizzichino la mano sinistra,
o si alzino con il piede destro,
o inizino l'anno cambiando la scopa.

I nessuno, i figli di nessuno, i padroni di nulla.
Che non sono, anche se esistono.
Che non parlano lingue, ma dialetti.
Che non professano religioni, ma superstizioni.
Che non fanno arte, ma artigianato.
Che non praticano la cultura, ma il folklore.
Che non sono esseri umani, ma risorse umane.
Che non hanno volto, ma braccia.
Che non hanno nome, ma numero.
Che non compaiono nella storia universale,
ma nella cronaca nera della stampa locale.
I nessuno, che costano meno del proiettile che li uccide.

lunedì 27 aprile 2020

Odio gli indifferenti


di Antonio Gramsci










Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti
di Antonio Gramsci


Articolo apparso nel febbraio del 1917 sul numero unico della rivista "La città futura" che Antonio Gramsci dedicò alla gioventù devastata dalla grande guerra.




Odio gli indifferenti.
Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare.Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia.
E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.
Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.
E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?
Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità.
E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti.
Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti.
Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.