domenica 6 agosto 2017

Cartoline da Aarus - Capitale Europea della Cultura 2017


Iceberg - Complesso residenziale nella zona del porto










Panorama della citta vista dal porto









Møllestien










Dem Gamle By (La città vecchia) - Un museo all'aperto










Aros Aarhus Kunstmuseum (Museo d'arte moderna) con sul tetto la passeggiata dentro l'arcobaleno




Da non perdere!!!!
Mostra all'aperto Habitat: Aarhus - un anno di natura ad Aarhus in fotografia

per saperne di più:
http://www.habitataarhus.dk/en/
















Il canale al centro della città





Centro città






Quartiere latino






sabato 3 giugno 2017

Ophrys apifera: l'orchidea che non ha impollinatore





Per parlare di Ophrys apifera e delle sue peculiarità rispetto alle altre ophrys, ho voluto iniziare pubblicando questo bellissimo fumetto di Randall Munroe, presa dal suo sito xkcd.com. (la traduzione dall'inglese è di Francesca Sotgiu).




Se volete sapere chi è Randall Munroe:

https://it.wikipedia.org/wiki/Randall_Munroe


E se volete curiosare nel sito di webcomic xkcd:

https://xkcd.com/



Ma veniamo a Ophrys apifera.


Come tutte le orchidee del genere Ophrys, anche O. apifera aveva adottato come strategia di impollinazione quella dell’attrazione sessuale: il suo labello aveva assunto la forma, il colore e l’odore della femmina dell’insetto che voleva attrarre. In questo modo l’insetto pronubo travolto dall’eccitazione di copulare con la femmina, entrava in contatto con i pollinii dell’orchidea e siccome i pollinii erano dotati di una sostanza collosa (viscidio), restavano attaccati al corpo dell’ape impollinatrice che se li portava in giro a visitare altre femmine/ophrys attuando così l’impollinazione. 
Purtroppo, come ci dice il fumetto di Randall Munroe, non si sa quando, non si sa come, ma l’ape impollinatrice si è estinta e la nostra orchidea è rimasta senza il suo insetto impollinatore.
Ma Ophrys apifera è dotata di un forte spirito di sopravvivenza: è morto il mio insetto impollinatore? Magari riesco ad imbrogliare qualche altro insetto,


altrimenti mi arrangio. 
E nel corso della sua storia si è arrangiata.
Appena il fiore si apre, la caudicola, una sorta di cordoncino che ha alle due estremità il pollinio e il viscidio, si curva in avanti verso la parte fertile del fiore chiamato stigma che è situato proprio sotto e vi depone il polline attuando così l'autoimpollinazione (autogamia). In questo modo si garantisce la sopravvivenza. 





E' chiaro che in questo modo la nostra orchidea risolve il problema più importante, quello di continuare a vivere, ma se ne crea altri. Questa strategia infatti è considerata per la sua evoluzione, molto meno vantaggiosa rispetto all'impollinazione incrociata, a quella cioè che avviene con lo scambio del polline con altri fiori della stessa specie. 
Proprio per l'uso dell'autogamia come sistema di riproduzione, in  Ophrys apifera sono ad esempio molto più frequenti rispetto alle altre Ophrys le teratologie e le anomalie di vario tipo. 








Queste teratologie ed anomalie in O. apifera spesso si stabilizzano e fanno assumere ai fiori che le possiedono il rango di una varietà della specie. 
Di Ophrys apifera, infatti sono state descritte più di 30 varietà.

Io vi propongo le foto di quelle presenti in Sardegna

Ophrys apifera e Ophrys apifera var. fulvofusca



Ophrys apifera var. fulvofusca




Ophrys apifera var. bicolor 
(Foto di Bruno Ballerini)




Ophrys apifera var. chlorantha





sabato 29 aprile 2017

Mostra fotografica Giros all'Acquario di Cala Gonone






Deas Pintadas 

Mostra fotografica sulle orchidee spontanee in Sardegna

Acquario Cala Gonone 1 maggio - 1 novembre 2017


L'Acquario di Cala Gonone ospita, dal 1 maggio al 1 novembre, la mostra fotografica Deas Pintadas, sulle orchidee spontanee in Sardegna. L'iniziativa, curata da Giros Sardegna, con il gratuito patrocinio del Comune di Dorgali e dell'agenzia Forestas, nasce per sensibilizzare il grande pubblico sull'importanza della tutela della biodiversità, anche attraverso la preservazione delle specie di orchidee spontanee presenti in Sardegna. Un aspetto interessante e poco conosciuto dell'ecosistema isolano che l'Acquario, in collaborazione con Giros Sardegna, vorrebbe portare all'attenzione del grande pubblico. Quella delle Orchidaceae è una Famiglia relativamente giovane e ancora oggi in evoluzione. In tutto il pianeta ne esistono circa 800 generi e 25.000 specie, che rappresentano circa l’otto per cento dei fiori del mondo. Le specie presenti in Italia sono circa 200. Quelle presenti in Sardegna circa 65. In Sardegna però purtroppo, contrariamente a quello che avviene nella stragrande maggioranza delle altre regioni italiane, non esiste una legge di tutela e protezione di questi splendidi e rarissimi fiori, nonostante diverse specie, alcune endemiche, siano a fortissimo rischio di estinzione. A livello internazionale le orchidee spontanee sono protette dalla CITES (Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione), ratificata dall’Italia con la Legge 19 dicembre 1975, n. 874, entrata in vigore il 3 ottobre 1979. L’antropizzazione sempre più massiccia degli habitat, hanno già determinato la scomparsa di varie specie e hanno costretto molte altre ad una riduzione drastica nelle popolazioni prima floride. 
Insetti, roditori grandi e piccoli si nutrono dei fiori profumati delle orchidee provocando nelle popolazioni danni a volte gravi. Ma i più gravi danni in questi ultimi anni stanno provenendo dai cinghiali che sono proliferati in modo incontrollabile. E mentre gli animali citati prima si nutrono dei fiori o al massimo degli scapi, i cinghiali, invece scavano e mangiano i bulbi distruggendo per sempre il sito.Inoltre l’uso improprio e sconsiderato di veleni chimici, quali i diserbanti, dove le orchidee spontanee erano ancora presenti in numero confortante (nelle scarpate e nelle pertinenze delle strade e delle ferrovie,negli argini dei fiumi e dei canali di irrigazione) hanno determinato un’ulteriore forte impoverimento delle popolazioni di orchidee spontanee mettendo a forte rischio la loro sopravvivenza. 










domenica 2 aprile 2017

Evgenij Evtušenko: Sono Gagarin, il figlio della terra



Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Nato a Zima (Siberia) Russia il 18 Luglio 1932

Morto a Tulsa (Oklahoma) U.S.A. 1 Aprile 2017 - Poeta e scrittore

Ieri a Tulsa negli Stati Uniti è morto Evgenij Evtušenko, lo voglio ricordare con una poesia che ho amato molto.


Sono Gagarin, il figlio della terra

Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell'umanità.
In quell 'aprile
i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
coperte di muschio e di ruggine,
si riscaldarono
per le lentiggini rossigne di Smolensk
salite al cielo.
Ma le lentiggini sono tramontate.
Quanto mi è terribile
non restare che un bronzo, che un'ombra,
non poter carezzare né l'erba, né un bambino,
né far scricchiolare il cancelletto d'un giardino.
Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
vi sorrido io
con il sorriso ch'è volato via.
Ma osservate bene cartoline e francobolli
e capirete subito:
per l'eternità
io sono in volo.
Mi applaudivano le mani dell'intera umanità.
La gloria tentava di sedurmi,
ma no, non c'è riuscita.
Sulla terra mi sono schiantato,
quella che per primo ho visto tanto piccola,
e la terra non me l'ha perdonata.
Ma io perdono la terra,
sono figlio suo, in spirito e carne,
e per i secoli prometto
di continuare il mio volo
al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
delle tele-radiomenzogne,
che la stringono con le loro volute,
al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
ballano lo streep-tease
per i soldati nel Viet Nam,
al di sopra della tonsura
del frate
che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
al di sopra della censura
che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti...

C'è chi
è in volo
nel simun vorticoso di stelle.
C'è chi
si dibatte
nella palude da se stesso voluta.
Uomini, o uomini
ingenui spacconi,
pensate: non vi fa paura
alzarvi dal Capo che porta il nome dell'uomo che avete ucciso?
Vergognatevi di questo baccano da mercato!
Voi siete gelosi,
rapaci,
vendicativi.
Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

Io sono Gagarin, figlio della Terra,
figlio dell'umanità:
sono russo, greco e bulgaro,
australiano e finlandese.

Vi incarno tutti
col mio slancio verso i cieli.
Il mio nome è casuale,
ma io non sono stato per caso.

Mentre la terra s'insozzava
di vanità e di peccato,
il mio nome cambiava,
ma l'anima no.

Mi chiamavano Icaro.
Giacqui nella polvere, nella cenere.
Mi aveva spinto verso il sole
il buio della terra.

La cera si sciolse, spargendosi qua e là.
Caddi senza salvezza,
ma un pizzico di sole
rimase stretto nella mia mano.

Mi chiamarono servo.
La rabbia mi pesava sulla schiena
mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
danzavano sul mio corpo.

Io caddi sotto le bastonate,
ma, maledicendo la servitù,
mi costruii delle ali coi bastoni
dei miei torturatori!
Ad Odessa fui Utockin.
Fece uno scarto il duca,
quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
si levò un cavallo volante.

Sotto il nome di Nesterov
girando sopra la terra,
feci innamorare la luna
col mio giro della morte.

La morte fischiava sulle ali.
È una virtù disprezzarla
e con Gastello imberbe
mi gettai in volo sul nemico.

E le ali temerarie
ardendo come un rogo, hanno protetto,
voi che foste allora ragazzi,
Aldrin, Collins, Armstrong.

E, sicuro della speranza
che gli uomini sono un'unica famiglia,
dell'equipaggio di Apollo
invisibile io ero.

Mangiammo dai tubetti,
avremmo brindato in viaggio
come sull'Elba,
ci abbracciammo sulla Galassia.

Il lavoro procedeva senza scherzi.
Era in gioco la vita
e con lo stivale di Armstrong
io scesi sulla Luna.


venerdì 31 marzo 2017

Tenìo

di Frantziscu Sotgiu Melis Pes


Tenìo pagu,
sa pedde corriatza suta pese,
pro caminare iscurtzu:
sas ispinas, sas codes, sa carchina,
sa terra tosta,
nemmancu m'iscraffiana.

Tenìo meda,
s'amore de una mama,
sa manu sua lèbia e caente
chi mi tocchaiat sa cara,
una carigna.
Sa 'oghe sua armoniosa
chi m'ischidaiat su manzanu.

No tenìo nudda
mancu unu libru

cando cherìo lezere,
o una poesia si da cherìo iscurtare.
Ma tenìo totu
frades e sorres
chi pranghiant e ridian
e fintzas carchi amigu pro jogare.

Tenìo... tando...
unu mundu intreu
de connòschere
una natura manna
de isprorare:
abbas e  frores,
puzones e animales.
Su 'entu in cara
e una notte de isteddos chena fine.

Tenio, iscurtade:
una vida intrea de bivere.


*****

Avevo poco,/la pelle coriacea sotto i piedi,/per camminare scalzo:/le spine, i sassi, la calce,/la terra dura,/nemmeno mi facevano il solletico.//Avevo molto,/l’amore di una mamma,/la sua mano leggera e calda/che mi toccava la faccia,/una carezza./La sua voce armoniosa/che mi svegliava al mattino.//Non avevo niente/nemmeno un libro se volevo leggere,/o una poesia se volevo ascoltarla./Ma avevo tutto/fratelli e sorelle/che piangevano e ridevano/ed anche qualche amico per giocare.//Avevo… allora.../un mondo intero/da conoscere/una natura grande/da esplorare:/acque e fiori,/uccelli ed animali./Il vento sulla faccia/e una notte di stelle senza fine.//Avevo, ascoltate:/una vita intera da vivere.